nipresa


Buonipresagi, ma più essenziale
Nov 04
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Molti anni fa c’era un bambi­no di nome Massimo che anda­va a messa insieme al nonno. Nella tasca del cappotto stringe­va l’ultimo numero di Tex, non si separava mai dai fumetti del più famoso ranger del West. Ar­rivato sul sagrato, fissando il crocifisso che domina la vec­chia chiesa di Abano Terme, il bimbo chiese quale fosse la dif­ferenza tra noi bianchi e gli in­diani che nei fumetti danzano intorno a un totem invocando la pioggia. Il nonno, che si chia­mava Dataico, antico nome ve­neto, se la prese moltissimo. Rimproverò aspramente il nipo­te, gli disse che non doveva più bestemmiare il nome di nostro Signore. C’è sempre un momento fon­dante, per le passioni forti e il loro opposto. L’anziano e pio ca­pofamiglia non poteva immagi­nare che quel rimbrotto era in realtà un seme ateista piantato nel cuore del Veneto, bianco per definizione. Alto e magro, Massimo Albertin ha il pizzetto bianco alla Kit Carson ma inve­ce della pistola maneggia due te­lefoni cordless che suonano in continuazione. Travolto da im­provvisa notorietà, lui e la sua famiglia. «Questa sentenza — dice — stabilisce che l’Italia è un Paese fuori dall’Unione euro­pea ma dentro quella vaticana». La firma sul ricorso è quella di sua moglie, Soile Lautsi, nata in Finlandia, cittadina italiana dal 1987, perché l’avvocato pre­feriva che il ricorrente non fos­se la stessa persona che al Con­siglio d’istituto della scuola me­dia «Vittorino da Feltre» aveva messo ai voti la rimozione del crocifisso dalle aule, cioè lui.
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