Molti anni fa c’era un bambino di nome Massimo che andava a messa insieme al nonno. Nella tasca del cappotto stringeva l’ultimo numero di Tex, non si separava mai dai fumetti del più famoso ranger del West. Arrivato sul sagrato, fissando il crocifisso che domina la vecchia chiesa di Abano Terme, il bimbo chiese quale fosse la differenza tra noi bianchi e gli indiani che nei fumetti danzano intorno a un totem invocando la pioggia. Il nonno, che si chiamava Dataico, antico nome veneto, se la prese moltissimo. Rimproverò aspramente il nipote, gli disse che non doveva più bestemmiare il nome di nostro Signore. C’è sempre un momento fondante, per le passioni forti e il loro opposto. L’anziano e pio capofamiglia non poteva immaginare che quel rimbrotto era in realtà un seme ateista piantato nel cuore del Veneto, bianco per definizione. Alto e magro, Massimo Albertin ha il pizzetto bianco alla Kit Carson ma invece della pistola maneggia due telefoni cordless che suonano in continuazione. Travolto da improvvisa notorietà, lui e la sua famiglia. «Questa sentenza — dice — stabilisce che l’Italia è un Paese fuori dall’Unione europea ma dentro quella vaticana». La firma sul ricorso è quella di sua moglie, Soile Lautsi, nata in Finlandia, cittadina italiana dal 1987, perché l’avvocato preferiva che il ricorrente non fosse la stessa persona che al Consiglio d’istituto della scuola media «Vittorino da Feltre» aveva messo ai voti la rimozione del crocifisso dalle aule, cioè lui.
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«Adesso temo i talebani cattolici» - Corriere della Sera
È sempre colpa dei fumetti