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Buonipresagi, ma più essenziale

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Nel momento stesso in cui continuavo a leggere la storia, sapevo che ero finito nell’universo di Cimino. I paperi dicevano “guiderdone”, “gonfalone” e “busillis”. “Taccagno” e “tapiro” erano il minimo. Le frasi, gli insulti, persino i lamenti erano diversi. Colti, ricercati: non prendevano per scemi il pubblico, che fosse di bambini o meno. (E per fortuna! Ho sempre considerato un’immane stronzata l’idea di dover abbassare il linguaggio “per farci capire dai bambini”. I bambini capiscono tutto, se noi non li trattiamo da stupidi.) “Dollarucci miei, quante me ne fate passare!” “Ohi, come soffro!” Era una storia Disney di Cimino: abbastanza Disney da essere riconoscibile, abbastanza Cimino da essere inconfondibile. È lì il difficile: trovare uno stile tuo, eppure rimanere con tutti e due i piedi in quella tradizione lì. E non è facile, dopo migliaia, MIGLIAIA, di storie, scritte ovunque, dagli Stati Uniti all’Argentina, nell’arco di più di ottant’anni. Eppure, Cimino ci riusciva.
Zio Paperone va a cercare un tesoro (Rodolfo Cimino, 1927-2012) | Roberto Gagnor 
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