Nov. 7, 2011
Ieri a Milano è morto un bambino di dodici anni, in bicicletta. Lo ha investito il tram dopo che aveva dovuto evitare un’auto parcheggiata in divieto di sosta. Sono quelle tragedie che uno può avere cento motivi per sentirle familiari. Non solo perché tutte le tragedie di bambini sono familiari. Anche perché hai dei bambini e abitate a duecento metri da dove è successo. Anche perché le auto parcheggiate dove dovrebbero passare le persone, le sedie a rotelle, le biciclette, a Milano sono un’abitudine trattata con indulgenza da decenni. Anche perché lo stato disastrato delle strade milanesi rende il sovrappiù delle rotaie pericolosissimo e impone ai ciclisti acrobazie che è un miracolo non ne muoia uno al giorno.
E uno dice, adesso lo capite che le ciclabili non sono un lusso da fighetti nordeuropei o ambientalisti in cachemire, ma che sono l’unica protezione per gente e bambini che altrimenti vengono ammazzati, o ne riparliamo la prossima volta che capita? O ci limitiamo a fare una striscia gialla per terra e dire “ciclabile!”, lasciando intanto che le auto parcheggino dove vogliono, marciapiedi compresi?
Poi ci si ritrova come Marta Vincenzi, a chiedersi cosa si poteva fare.
E uno dice, adesso lo capite che le ciclabili non sono un lusso da fighetti nordeuropei o ambientalisti in cachemire, ma che sono l’unica protezione per gente e bambini che altrimenti vengono ammazzati, o ne riparliamo la prossima volta che capita? O ci limitiamo a fare una striscia gialla per terra e dire “ciclabile!”, lasciando intanto che le auto parcheggino dove vogliono, marciapiedi compresi?
Poi ci si ritrova come Marta Vincenzi, a chiedersi cosa si poteva fare.
