In bagno c’è un gecko e madre e padre lo stanno cacciando come fosse una tigre del bengala. Sento delle urla, e i gechi non urlano.
i gechi sono bellissimi
domani arrivano quelli di green hill e son cazzi vostri
:D
digli che il geko esce da solo, non sporca e fa fuori le zanzare
Ma infatti: oltre che bellissimo é un animale utilissimo.
Povero geco.
(la scena di un geco sul muro del campeggio che si divorò sotto le fredde luci del neon una falena ENORME davanti ai miei occhi non me la scordo finché campo - anche perché ogni volta che ci ripenso il geco e la falena sono sempre più grossi. Ormai è tipo Godzilla contro Mothra)
Siamo partiti. Grazie ai fondi donati dai lettori si è costituito il comitato per l’assistenza alle forze dell’ordine. E abbiamo staccato i primi tre assegni. Un primo contributo di 15mila euro è stato erogato ad Alfio Paradiso, l’ultimo dei poliziotti rinviati a giudizio per aver fatto il proprio dovere. Quarantotto anni, una vita passata in strada a «mediare» coi manifestanti d’ogni razza e colore, è l’agente coinvolto negli scontri del 14 novembre 2012 a Roma su cui s’è scatenata un’indegna gogna mediatica e giudiziaria.
Il 14 novembre 2012 a Roma, come in altre città italiane, andò in scena una violenta e cieca repressione da parte delle forze dell’ordine contro gli stdenti scesi in piazza per manifestare contro le politiche di austerity del governo Monti. Tra gli atti più violenti e vigliacchi che lasciò l’opinione pubblica basita fu quella di un agente di polizia, in abiti civili e col volto coperto da un casco, che col suo sfollagente infierì sul corpo di un ragazzo già bloccato a terra dai colleghi. L’agente non si fermò neanche quando un poliziotto in tenuta antisommossa cercò di allontanarlo mettendo, tra lui e il ragazzo a terra, il proprio manganello.
Per quell’agente il pubblico ministero Luca Tescaroli ha chiesto il rinvio a giudizio per lesioni aggravate.
Si tratta di Alfio Paradiso, 48 anni, un ispettore capo in servizio al commissariato Viminale.
“Mentre stava svolgendo servizio di ordine pubblico si legge nella richiesta di rinvio a giudizionei pressi di Ponte Sistolungotevere dei Vallati, Alfio Paradiso. cagionava a Giacomo Capriotti (un manifestante, ndr) lesioni personali, consistite in escoriazioni multiple alla regione dorsale, al polso sinistro e al capo, dalle quali derivava una malattia nel corpo, intesa come incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni”. Il referto medico certificò per Capriotti 5 giorni di prognosi.
A quanto scritto dalla procura, l’ispettore Alfio Paradiso: “colpiva con il proprio sfollagente, reiteratamente, Capriotti, senza ragione, mentre questi si trovava riverso a terra, bloccato da altri appartenenti alle forze dell’ordine, poiché si era reso responsabile di resistenza a pubblico ufficiale, durante gli scontri intercorsi tra i manifestanti e la polizia”.
CENTRO Sociale-Carabinieri 5-4. Pensi subito male e immagini la conta dei feriti di una manifestazione. Invece è il risultato dell’incredibile partita andata in scena martedì sera in via Terpi. Ottavi di finale del Torneo Uisp: da una parte il Lokomotiv Zapata, che schiera mi-litanti, ultras, migranti, dall’altra l’Ichnusa Negrotto, dalle chiare radici sarde e dalla spina dorsale della Benemerita. Una replica: lo scorso anno vinsero i zapatisti. Che, proprio in quell’occasione si accorsero che l’avversario non era uno qualunque. Per raccontare quello che accade in via Terpi servirebbe Osvaldo Soriano. Dalla battaglia delle maglie, con il Lokomotiv in maglia rigorosamente rossa e l’Ichnusa, a sorpresa, in rossoblù. Discussione infinita, fino a quando i secondi non estraggono dal cilindro una casacca bianca. Si parte. E tutto fa pensare alla disfatta a sinistra. A un quarto d’ora dalla fine l’Ichnusa è avanti di tre reti. Poi arrivano, nell’ordine, un gol in mischia, un mezzo autogol, un tacco vincente e un tuffo di testa. Fischio finale e assalto al baretto di via Terpi: tra delirio e scherno, la birra sarda finisce in un attimo.
Sarebbe cosa buona e giusta che chi usa l’orribile termine ‘ambaradan’ scomparisse dalla faccia della terra proprio quando si accinge a pronunciare l’ultima fatale sillaba ( -an(sic!) piuttosto che -am) e fosse delocalizzato, per ucronico contrappasso spazio-temporale, in un luogo ed in una data precisa: nella località di Amba Aradam, a 500 km da Addis Abeba, nel giorno 15 febbraio del 1936 per vedere che cosa significava essere ‘uno dei ventimila etiopi’ che perirono lì in quel giorno, a causa anche del massiccio uso dei gas venefici sparati dal nostro(?) esercito su ordine del generale Badoglio e vedere se gli torna l’uzzolo di pronunciarla di nuovo quella parola.
beh, al di là della giusta correzione da nazi-grammar non capisco cosa ci sia di male nell’usarla come sinonimo di enorme casino, guazzabuglio medievale [cit.] destinato a finire male. Un po’ come il *fare un quarantotto* che scherzosamente fa riferimento ad eventi ben drammatici e storicamente anche più gravi. Sono modi di dire ormai entrati nel linguaggio comune. Anzi, perlomeno, una volta spiegati, consentono il perdurare della memoria di quegli eventi.
Vogliamo davvero fare un repulisti (fascista) della lingua? Sarebbe interessante vedere cosa ne rimane…
Pensa se i tedeschi definissero un enorme casino “un marzabotto”
Pupo lancia il primo social game sui suoi canali Twitter e Facebook. Il cantante ha aperto, da qualche settimana, una stravagante sfida tra i suoi fan che vedrà i fortunati vincitori aggiudicarsi uno speciale gelato al cioccolato, da gustare in compagnia dell’artista.